Caso studio 3
Lascia il centro di accoglienza per un lavoro a Torino, avvisando l'operatrice: mesi dopo scopre che la sua domanda è stata chiusa.
Farida, donna sudanese di 31 anni, registra la domanda di protezione internazionale. È con il figlio di 4 anni.
È trasferita con il figlio in un centro di accoglienza. All'arrivo le fanno firmare il regolamento del centro, scritto in italiano e in inglese. Nessuno glielo spiega: Farida parla solo arabo.
Un'amica la invita a Torino: le ha trovato un lavoro come badante, e sua figlia potrebbe badare al bambino mentre Farida lavora.
Farida manda all'operatrice del centro alcuni messaggi vocali WhatsApp in arabo: spiega la situazione e dice che resterebbe nel centro se anche lì la aiutassero con il lavoro e con il bambino. Nessuna risposta.
Si trasferisce a Torino e manda all'operatrice un messaggio con il nuovo indirizzo.
Chiede informazioni a uno sportello. Dopo un accesso agli atti scopre che la sua domanda è stata considerata implicitamente ritirata e che la procedura è chiusa.
Farida e il bambino dormono da un'amica. Non hanno nessun sostegno.
Ci sono possibilità di contestare la revoca dell'accoglienza?
La domanda di protezione di Farida è ancora «viva»? Cosa si può fare contro il provvedimento della Commissione?
Se Farida presentasse una nuova domanda, cosa succederebbe?